Hikikomori la rivoluzione degli inutili

Qualche anno fa ho realizzato un video dove esprimo le mie iniziali attenzioni verso la realtà degli hikikomori (è possibile rivedere il video qui). Riassumendo, la condizione di hikikomori è un fenomeno che si è manifestato e ha avuto origine principalmente in Giappone, ma che sta vivendo una diffusione esponenziale anche in Occidente; rivela la condizione di disagio dei ragazzi che si ritirano dalla vita sociale (hikikomori vuol dire ritirati, hiku-tirare komoru-ritirarsi). I giovani non escono più con gli amici, non vanno più a scuola, giungono quasi a non comunicare più con i genitori e gli altri membri della famiglia. Non entriamo nel merito delle conseguenze rispetto ai ritmi di vita come ad esempio l’inversione del ciclo sonno-veglia, ovvero generalmente dormono di giorno e restano svegli la notte, in questo tempo vedono la TV, giocano con i videogames, chattano; insomma, per “esserci” usano la realtà virtuale. Destreggiandomi in merito a tale fenomeno, sia attraverso il web che attraverso letture specializzate, ma anche attraverso testimonianze e conversazioni, ho potuto farmi un’idea un po’ più chiara e forse un po’ più estrema del fenomeno.

Hikikomori_fPrima di tutto, va’ detto che fortunatamente per quanto l’interesse abbia avuto origine,  per l’Italia, da un lavoro dell’antropologa Carla Ricci, interessatasi al fenomeno giapponese, l’ambito di ricerca ha coinvolto anche la dimensione psichiatrica prima e psicologista poi. Infatti in Giappone è stato lo psichiatra Tamaki Saito a sollevare il problema e, dopo lavori e osservazioni più accurate, alcuni operatori della psiche che hanno trattato questo tema, ma principalmente lo psicologo Marco Crepaldi che ha fondato Hikikomori Italia sollevando la questione nel nostro paese, sono concordi che è un problema inerente alla crisi esistenziale. In merito infatti si perdono le citazioni di filosofi; nel settore filosofico potremmo definirla come una vera e propria crisi di Senso, quindi, originariamente, si sottrae dall’idea di disturbo o malattia in senso clinico (anche se gli aggettivi come sindromi e disturbi sembrano una cercata denominazione per altri operatori della psiche e della psichiatria). Ovviamente non si escludono le possibilità che disturbi e problematiche di vario genere possano insorgere legati a tali fenomeni. È chiaro, a questo punto, che, in quanto crisi esistenziale, crisi di Senso, è di evidente competenza filosofica.

L’adolescenza è una fase di passaggio dall’età infantile all’età adulta, la pubertà è la testimonianza di questo cambiamento che avviene al corpo, un cambiamento irreversibile. Ma una trasformazione non è mai completamente indolore e se parliamo di trasformazione, particolarmente, di un corpo (pubertà), di questo corpo soggettivo, che coinvolge tutto l’essere dell’io, stiamo chiaramente parlando di identità. L’identità è una dimensione che coinvolge necessariamente l’altro, non solo in dinamiche psichiche, ma anche, e forse soprattutto, in dinamiche socio-relazionali più ampie che coinvolgono l’essere della persona all’interno di un sistema-mondo, in quanto la persona è un io-mondo fenomenologico, come direbbe Galimberti che conferma Husserl. Nella fase di passaggio dall’infanzia all’adulto, ovvero nell’adolescenza, è qui che, in modo più radicale, l’io impatta col mondo organizzato, che non sia necessariamente solo l’ambiente familiare; tale impatto si verifica col dramma del non essere più, per così dire, confortati e protetti come lo si potrebbe essere nell’età infantile. L’io, quindi, deve fare i conti col mondo che chiede a questi giovani non solo di crescere, ma anche di lasciarsi identificare per essere inseriti in questo sistema così com’è, come lo hanno trovato, senza che nessuno abbia loro chiesto nulla e soprattutto senza che nessuno abbia chiesto come lo volessero.

Il sistema-mondo vuole subito identificare questi adolescenti che, per lo stesso, devono essere già utili (si veda la tendenza professionalizzante già nelle scuole, ad esempio in Italia con l’alternanza scuola-lavoro, ma anche con le nuove figure professionali che orientano al lavoro nell’età adolescenziale). Queste realtà sono funzionali a un sistema che richiede identificazione e collocazione immediata, ovviamente secondo i requisiti del sistema stesso. In un contesto siffatto, l’adolescenza è messa sotto pressione perché, di fatto, si chiedono di bruciare le tappe di uno sviluppo che necessita tempo e soprattutto formazione che sia adeguatamente curata sia dal punto di vista emotivo, sia dal punto vista della ragione. Con sviluppo della ragione intendiamo lo sviluppo del senso critico che è un processo, comunque in entrambi i casi (emotivo e razionale) che richiede del tempo; invece è proprio questo che viene loro sottratto: il tempo di crescere, per quanto possibile, bene; il proprio giusto tempo di cui ogni adolescente, e essere umano in generale, ha bisogno.

Gli hikikomori sono coloro che si sottraggono a un sistema-mondo che vuole subito identificarli in un ruolo, che vuole subito sottrarre loro il tempo di capire: chi sono, cosa vogliono e come edificare, sulla base di questi elementi, il loro posto nel mondo. Per questo gli hikikomori non sono l’espressione di un mero problema psichico, ma una questione e una condizione che mette in causa e interroga tutta l’esistenza, il contesto storico e il suo Senso. Gli hikikomori, infatti, si ritirano dal sistema-mondo, perché è da questo che si nascondono, per non essere precocemente identificati, perché l’identità gli viene attribuita senza il loro coinvolgimento, senza che nessuno glielo chieda, senza che nessuno gli abbia dato il giusto tempo di formarsi, non solo per le risposte da dare a questo mondo, ma anche e soprattutto per porsi le domande giuste. Chi si sottrae a questa logica identitaria, che è sempre data dall’alterità (l’altro o gli altri “io-mondo”), fa un atto di ribellione silente, è un atto di rivoluzione silenziosa, ma che, nella sua fatticità, è rumoroso, perché l’essere gettati nel mondo non si sottrae alla datità di Esserci e, se siamo per gli altri, all’interno di una comunità, ad esempio quella familiare, siamo sempre nel mondo, siamo comunque destinati all’esistenza e all’identità che gli altri riconoscono. Gli adolescenti, ma anche gli adulti in hikikomori, realizzano una forma di ribellione inconsapevole, una rivoluzione che è il ribaltamento di questo processo di riconoscimento identitario proveniente dal mondo e lo fanno attraverso le tonalità emotive fondamentali (ontologiche) del senso di inadeguatezza, di spaesamento e di vergogna.

Oggi l’economia e la potenza tecnica, al massimo della loro razionalità, come ricorda Galimberti, hanno l’obbiettivo di raggiungere il massimo degli scopi e aggiungerei, di qualsiasi tipo, con l’impiego minimo di mezzi; da questa logica scaturiscono i valori di efficienza e produttività e, come conseguenza, una vita votata alla performance è la risposta alla stessa richiesta di produttività ed efficienza. Chi deve rispondere a queste esigenze? L’essere umano, il soggetto storico per antonomasia, perché è l’umanità ad essere chiamata, di prepotenza, a rispondere a questi valori, in una parola, a dover essere performante. Oggi chi non risponde in modo performante ai valori postmoderni di efficienza e produttività (valori economici) di un mercato impersonale (dove la dialettica servo-padrone di lotta è venuta meno, perché sono venute meno le soggettività in lotta), non è nessuno, ovvero non è riconosciuto. L’identificazione del sistema-mondo è il riconoscimento che questo mondo si aspetta da te, si aspetta che tu faccia certe cose e che sia in un certo modo, ovvero performante. L’hikikomori è rivoluzionario perché è un soggetto che si sottrae a questa logica di identità che il mondo vuole riconoscere, perché ha bisogno di riconoscerlo per incasellarlo in un ruolo. Ad una società che chiede performance non è utile farti “diventare ciò che sei”, è utile farti diventare ciò che serve; e ciò che serve a richieste performanti, non lascia spazio all’unicità. Gli hikikomori si sottraggono a questa logica che potremmo definire spietata, perché disinteressata al soggetto che viene appunto oggettivato, un soggetto che deve essere inserito nel sistema-mondo, un soggetto che si fa numero. La persona identificata come performante è prevedibile, ma se il soggetto si libera da questa logica non è più identificabile, non è più prevedibile in quanto non diventa quello che mi aspetto e che faccia, appunto non diventa performante.

Gli hikikomori rappresentano la rivoluzione degli inutili, perché, in una fase della loro vita, esprimono la libertà dell’Esser-ci che si sgancia da questa logica e da questo sistema di valori performanti, perché è al riferimento di questo sistema-mondo che si sottraggono. È evidente che l’identità, che è data dall’alterità, non coincide con la libertà. La libertà è liberazione da un’identità riconosciuta, qualsiasi sia la realtà relazionale che la riconosca; ciò vale anche nel caso degli adolescenti che spesso esprimono bene questa ricerca di identità-riconoscimento originale, non dentro ad un sistema dato, ma sottraendosi ad esso, attraverso il corpo, trasformandolo (capelli tinti, i piercing, i tatuaggi, vestiti appariscenti). La rivoluzione che impersonificano gli hikikomori è la ribellione dell’Esserci che vuole essere autentico nel suo sviluppo nel mondo, anche con i compromessi che questo sviluppo implica, ma sempre rispettando quell’Esserci autentico. Gli hikikomori sottraendosi al processo identitario che il sistema-mondo si aspetta, compiono una sottrazione che non riescono ovviamente a realizzare del tutto, perché sono comunque inseriti in un contesto che, in un modo o nell’altro, li riconosce (come la famiglia, la scuola e gli amici a cui si sottraggono), sono paradossalmente e drammaticamente soggetti liberi.

Come ricorda Heidegger, testualmente: <<la deiezione è un modo di essere dell’Esserci nel mondo>> e, in quanto tale, ha natura di motilità. Sbaglia chi, tra gli operatori della psiche, sostiene che chi si sottrae alla logica del sistema-mondo viva un’esistenza mancata. Le ragioni di questo errore sono diverse. Prima di tutto non possiamo mai dire l’ultima parola sull’esistenza dell’Esserci, proprio perché l’Esserci è una deiezione; in secondo luogo, in quanto tale, è un Esserci sempre, comunque, che scende a compromessi col mondo, perché è questo il modo di stare al mondo. Le persone in hikikomori devono ancora capire a quale compromesso deve scendere il loro Esserci nel mondo; hanno bisogno di comprendere quale parte del loro Esserci deve necessariamente scendere a compromessi nel modo meno doloroso possibile. Agli hikikomori non è concesso il tempo di capire come devono Esserci nei compromessi del mondo, perché il sistema-mondo non è interessato a saperlo, come ho già chiarito, al sistema-mondo non è utile ciò che sono, ma è utile ciò che serve. Quello degli hikikomori, infine, è un corpo a corpo per la sopravvivenza del loro Esserci autentico (pur nella deiezione) e la tranquillità che costituisce l’essere riconosciuto dal sistema-mondo che conferisce identità. È una guerra di sopravvivenza fra la tranquillità dell’identità riconosciuta dal sistema-mondo e la libertà di Esserci che deve ancora decidere i compromessi col mondo nella libertà dei possibili del proprio tempo che si devono realizzare. Proprio per questo le persone in hikikomori sono ontologicamente e fenomenologicamente libere e vanno accolte per quello che sono, ovvero un’esigenza alternativa di vita che rivela il bisogno, consapevole o inconsapevole, di ripensare altre possibilità di esistenza e di comunità. Per questo, parafrasando un film come “Divergent”, dal punto di vista sociale ed esistenziale (filosofico), gli hikikomori “non sono il problema, ma la soluzione”.

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